19 Novembre 2008 ; incontro sulla fragilità ,creatività,arte,teatro ,psichiatria. Sarzana

L’intervento di uno psichiatra in un convegno come questo non è soltanto insolito: forse è un’eccezione.
Ed è giusto che sia così.

Il mio contributo sarà quindi finalizzato ad analizzare quanto, a mio avviso, sia importante la memoria e come questa sia connessa alla recitazione.

Vorrei premettere che il mio ragionamento si porrà come un’eccezione, un’immaginazione patafisica, e come tale andrà considerata.

Nel tempo che mi è dato per questa relazione, sosterrò due ipotesi, delle quali la seconda è conseguenza della prima.

La prima ipotesi è che ricordare e pensare coincidano;
la seconda è che la memoria collettiva o condivisa è fonte di benessere, e che recitare non può che far bene.

Alfred Jarry, il creatore della Patafisica, è nel teatro ciò che Bergson è nella filosofia.
E io vi parlerò del vissuto.

Il tempo, come esperienza, è un’astrazione: un’immaginazione della mente.
Il passato non è più, il futuro non è ancora, e il presente — come separazione tra due cose non esistenti — come può esistere?

Potete fare un esempio di qualcosa che sia accaduto esattamente “in questo momento”?
Se io produco un rumore, potete dire che l’ho fatto “adesso”? No, perché nel momento in cui voi lo pensate, il rumore è già accaduto.
Quindi, è passato.
È passato.

Chissà per quale motivo, per molti secoli si è pensato alla memoria come a una sorta di serbatoio dove infilare i ricordi.
Un contenitore da cui, se necessario, ripescare ricordi tramite funzioni cerebrali mai individuate — anche queste, in fondo, quasi magiche.

Preferiamo credere di dominare i ricordi, plasmarli a nostro piacimento, piuttosto che accettare di essere una memoria individuale.

È un guaio che non esista il presente. Forse sarebbe meglio dire:
Cogito ergo fui, oppure
Memini ergo sum.


La seconda ipotesi riguarda l’importanza della recitazione.

La recitazione è l’arte di rappresentare una storia attraverso un testo.

In molte lingue, il verbo “recitare” coincide con “giocare”;
il termine italiano, invece, pone l’accento sulla ripetizione del gesto o della parola: “citare due volte”.

Il primo caso documentato di recitazione da parte di un attore risale al 530 a.C. — probabilmente il 23 novembre (anche se le modifiche al calendario rendono incerta la data esatta) — quando l’attore greco Tespi salì sul palco del Teatro di Atene, in occasione delle feste di Dioniso. Fu il primo a parlare come personaggio in una rappresentazione.

Da quel momento, gli espedienti della narrazione vennero rivoluzionati.

Prima dell’invenzione di Tespi, le storie venivano tramandate attraverso poemi, musica e danza, ma sempre in terza persona: nessuno aveva mai assunto la parte di un personaggio.

In suo omaggio, gli attori furono chiamati tespiani.

Un mito del teatro narra ancora oggi che Tespo esista come spirito malevolo, e che i disastri in scena siano talvolta causati da sue interferenze “spiritiche”.

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